| 2008.11.19 | Four Rooms | Istituto Internazionale d’Architettura | Vico-Morcote | ch |
Il lavoro presentato in questa occasione costituisce una rielaborazione di un progetto realizzato per la prima volta nel 2003 e intitolato Shaker. In questa nuova versione quattro scatole nere sono collocate di fronte ad altrettanti monitor ai quali sono collegate tramite un cavo. Sui quattro schermi appesi alla parete è riprodotta l’immagine prospettica di uno spazio ortogonale, come può essere quello di una stanza vuota, in cui si trovano oggetti disparati, come una pallina, una clessidra, dei fili, trucioli di polistirolo ecc.
È però solo attraverso l’intervento dello spettatore, invitato a prendere in mano le scatole e a muoverle in tutte le direzioni, che l’opera innesca tutto il suo potenziale di straniamento, obbligandoci ad interrogarci sul rapporto che lega questi misteriosi solidi geometrici alle immagini che osserviamo sugli schermi. Agitando i parallelepipedi ci accorgiamo infatti che il movimento da noi impresso corrisponde a quello degli oggetti che vediamo muoversi sugli schermi e comprendiamo così che quello riprodotto sui monitor è ciò che ci cela all’interno delle sei facce che compongono questi solidi. A contraddire questa prima impressione vi è però il fatto che lo spazio nel quale si muovono gli oggetti, che dovrebbe dunque corrispondere all’interno dei parallelepipedi, appare assolutamente immobile anche quando la nostra percezione sensoriale ci conferma che li stiamo agitando con forza.
Proseguendo nella nostra esplorazione di queste strane “scatole nere”, ci accorgiamo poi che le immagini sullo schermo riflettono un mondo in cui vigono delle leggi che sembrano contraddire quelle dello spazio fisico in cui viviamo. Capovolgendo o girando di novanta gradi uno dei parallelepipedi vediamo una pallina che sorprendentemente rimane appesa al soffitto o alle pareti e i cui movimenti sembrano contrapporsi a quelli che noi compiamo; oppure dei fili che si innalzano e sfidano, nelle loro oscillazioni, ogni possibile intervento della forza di gravità; o ancora una clessidra, in cui la sabbia sembra improvvisamente scorrere verso l’alto come in una sorta di improbabile percorso all’indietro nel tempo.
È però solo attraverso l’intervento dello spettatore, invitato a prendere in mano le scatole e a muoverle in tutte le direzioni, che l’opera innesca tutto il suo potenziale di straniamento, obbligandoci ad interrogarci sul rapporto che lega questi misteriosi solidi geometrici alle immagini che osserviamo sugli schermi. Agitando i parallelepipedi ci accorgiamo infatti che il movimento da noi impresso corrisponde a quello degli oggetti che vediamo muoversi sugli schermi e comprendiamo così che quello riprodotto sui monitor è ciò che ci cela all’interno delle sei facce che compongono questi solidi. A contraddire questa prima impressione vi è però il fatto che lo spazio nel quale si muovono gli oggetti, che dovrebbe dunque corrispondere all’interno dei parallelepipedi, appare assolutamente immobile anche quando la nostra percezione sensoriale ci conferma che li stiamo agitando con forza.
Proseguendo nella nostra esplorazione di queste strane “scatole nere”, ci accorgiamo poi che le immagini sullo schermo riflettono un mondo in cui vigono delle leggi che sembrano contraddire quelle dello spazio fisico in cui viviamo. Capovolgendo o girando di novanta gradi uno dei parallelepipedi vediamo una pallina che sorprendentemente rimane appesa al soffitto o alle pareti e i cui movimenti sembrano contrapporsi a quelli che noi compiamo; oppure dei fili che si innalzano e sfidano, nelle loro oscillazioni, ogni possibile intervento della forza di gravità; o ancora una clessidra, in cui la sabbia sembra improvvisamente scorrere verso l’alto come in una sorta di improbabile percorso all’indietro nel tempo.